Intervista a Flaminio Zadra
Abbiamo incontrato Flaminio Zadra produttore cinematografico, tra le sue produzioni più note i film di Fatih Akin tra cui Soul Kitchen, La sposa turca, Ai confini del Paradiso. Flaminio ha risposto per noi ad alcune domande sugli aspetti della produzione cinematografica e la sua esperienza nel campo. Per chi invece volesse conoscere il suo punto di vista su tecnologia e nuovi media può leggere la rubrica Guestbook sul blog di Estrogeni.
Fatih Akin racconta spesso nei suoi film storie d’immigrazione, inserendosi in una corrente cinematografica conosciuta con il nome di heimatfilm. Anche tu, che sei un italiano che ha trovato fortuna altrove, puoi essere considerato un immigrato in Germania, cosa ti accomuna ai personaggi che Akin racconta nei suoi film?
In realtà non molto. Oltre a non parlare una parola di tedesco, la mia esperienza in Germania è stata piuttosto breve. Quando mi sono trasferito ad Amburgo, in fuga dall’Italia, mi sono cimentato in mestieri di ogni tipo (dal lavapiatti all’insegnante di lingua italiana), vivendo la condizione dell’immigrato appena sbarcato su suolo tedesco. La fortuna però mi ha arriso quasi subito e ho fatto subito un salto di qualità professionale notevole, evitandomi tutte quelle fasi intermedie che probabilmente mi avrebbero obbligato perlomeno ad apprendere la lingua tedesca. Ad ogni modo, i personaggi raccontati da Fatih non sono appena arrivati a cercar fortuna in Germania. Hanno fatto le scuole lì, il loro genitori vivono lì da anni, padroneggiano la lingua e sono in un certo senso integrati nella società tedesca, malgrado ancora, in alcuni casi, alcuni aspetti più conservatori del loro cultura d’origine possano procuragli non pochi problemi. Le difficoltà tuttavia possono nascere più che nella società tedesca, all’interno nella propria comunità o della propria famiglia. Il film La Sposa Turca descrive bene questo fenomeno. Io non ho mai avuto di questi problemi. Se c’è un personaggio che sento particolarmente vicino a me è Zinos, di Soul Kitchen. Ci accomuna non tanto la condizione dell’immigrato, quanto lo stile: pessimo cuoco, seduttore ridicolo e con frequenti problemi alla schiena.
Non hai praticamente mai lavorato con registi italiani (solo un corto nel 2005), hai per il momento accantonato questa possibilità?
Non si tratta di una scelta politica, basata su preconcetti o una forma di snobismo esterofilo. Semplicemente non è mai capitato e non ce ne sono mai state le condizioni. Mi piacerebbe enormemente produrre qualcosa nel mio paese e spero che prima o poi ciò avvenga: ma non dipende solo da me.
Qual è la tua considerazione sulla percezione del cinema italiano all’estero e sul suo potenziale internazionale?
Il premio ai Taviani a Berlino lo dimostra: il cinema italiano è ancora enormemente rispettato in tutto il mondo. Abbiamo una tradizione ed una storia unica, ovunque rispettata e ammirata. I nostri maestri sono presi ad esempio in tutto il mondo. Anche Fatih fa continui riferimenti a Fellini, Rossellini e Sergio Leone quando discute la sceneggiatura dei suoi film. Ma la nostra tradizione non si limita ai soli registi: i compositori, i direttori della fotografia, scenografi, attori: un vero universo che ha raggiunto delle vette di creatività difficilmente eguagliati in altre parti del mondo.
Purtroppo è proprio in Italia che questo patrimonio sembra essere talvolta sottovalutato e dimenticato. Mostrare rispetto per la nostra tradizione cinematografica non consiste tanto nel riproporre all’infinito soporifere rassegne sul nostro cinema, bensì quello di insistere sulla trasmissione del “saper” far un film, nell’aspetto artigianale ma anche di quello puramente tecnico e di dare la possibilità al numero maggior possibile di esordienti di mettere in pratica questi insegnamenti. Una tradizione come la nostra si mantiene viva solo se costantemente alimentata e ricambiata. Bisognerebbe inoltre aggiornare la normativa pubblica in ambito cinematografico, non solo aumentando sensibilmente le disponibilità, ma anche facilitando la realizzazione di co-produzioni internazionali.
Per le tue ultime produzioni ti stai spostando sempre più lontano dall’Italia e dall’Europa, credi che cinematografie come quelle asiatiche nei prossimi anni troveranno lo spazio che si meritano nei mercati europei?
L’Asia si estende dalla Turchia fino al Giappone. Nel mezzo posso contare almeno 7-8 paesi con una tradizione cinematografica di tutto rispetto. L’India da sola produce tanti film in un anno qunato noi in dieci. Un numero di film impressionante, certamente in gran parte indigeribili da un pubblico occidentale, ma tra questi ogni tanto arrivano anche da noi delle vere e proprie gemme. Si tratta in genere di film d’autore con un potenziale commerciale bassissimo e che mettono alla prova anche gli spettatori più “sofisticati”. Si pensi a Uncle Bonomee di Apichatpong Weerasethakul che ha vinto a Cannes ma che ben in pochi hanno visto (e anche chi l’ha visto a storto il naso). Quel film ha sensibilmente influenzato il mio modo di leggere una sceneggiatura o un progetto. Tuttavia, al di la di cosa ne posso pensare io, credo che vi siano di fatto dei gusti piuttosto distanti tra il pubblico asiatico e quello europeo, che rendono piuttosto difficoltoso immaginare una penetrazione maggiore del cinema asiatico in Europa di quanto già non avvenga. L’unico palcoscenico rimangono i festival. Ma entrare in sala è un altro discorso.
Con quale criterio selezioni i progetti da finanziare?
La sceneggiatura è chiaramente il primo elemento a dovermi colpire. Deve sapermi far sognare ad occhi aperti e portarmi lontano (il più lontano possibile!) da ciò che quotidianamente son abituato a vivere. Ma è il regista a dover essere ancora più convincente di ciò che leggo. Devo fidarmi di lui e del suo intuito. Detto ciò bisogna capire se è possibile reperire le risorse necessarie e se vi saranno delle opportunità di distribuzione. In assenza di determinate condizioni, anche se si tratta di storie bellissime, è difficile andare avanti con un progetto. La scelta di produrre un film comunque non ricade mai solamente su di me. E’ sempre frutto di un processo comunque ai miei partner abituali, con i quali dovrò poi condividere la responsabilità di portare a termine il progetto prescelto. L’unica regola che ad ogni modo mi sono imposto è non seguire mai più di 2 progetti all’anno.

22 febbraio 2012 